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Genere:Drammatico |
Stelle:2,82 |
Ratings:Kids |
Anno:2006 |
Durata:127 minuti
Elementi problematici per la visione: nessuno.
Regia di Kenneth Branagh.
Con Sacha Bennett, Brian Blessed, Jonathan Broadbent, Adrian Lester. Produzione USA, Gran Bretagna. |
Commedia sentimentale shakespearianaIl duca Federigo, dopo aver usurpato il trono del fratello, lo confina, assieme alla sua corte, nella foresta di Arden. Rosalinda, figlia dell'ex-duca, che segue la sorte del padre, assieme alla devota cugina Celia, figlia di Federigo, è innamorata di Orlando, un nobile giovane vessato dal fratello maggiore, che scappa anch'esso nella foresta dove la comunità si ritrova e dà vita ad una serie di romantici e bizzarri equivoci. |
Il duca Frederick usurpa trono e possedimenti del fratello Senior e lo esilia nella foresta di Arden, trattenendo con sé solo la nipote Rosalind, inseparabile compagna della figlia Celia.
Alla corte di Frederick, Rosalind conosce per pochi istanti il giovane e coraggioso Orlando, di cui si innamora, ricambiata. Ben presto lo zio deciderà di confinare anche lei nella foresta, ma Celia, che non può fare a meno della cugina, la segue. Rosalind adotta un travestimento maschile e si finge fratello di Celia per evitare incontri pericolosi. Nella foresta, in realtà, troveranno solo gradite sorprese: il padre Senior con una corte di saggi, il giovane Orlando che si aggira in fuga dal fratello Oliver, alberi adornati di haiku e nemici redenti. Cosa resta da aggiungere? La commedia è nota, la natura in fiore e l’amore vince tutto.
Dopo l’onorata carriera di adattatore shakespeariano che gli si conosce, dovrebbe Kenneth Branagh rinnovarsi? In fondo, i drammi di Shakespeare non ne hanno necessità: sono un’eterna opera-mondo che per eccellenza parla a tutte le epoche.
E Kenneth Branagh a chi sta parlando? Amleto, Otello, Ofelia, Falstaff, seppur con alti e bassi, da cinque secoli vivono di rendita, misteriosamente tenuti in vita da una forza narrativa e simbolica che sembra non esaurirsi in nessuna contemporaneità. Dovrebbe Branagh vivere di rendita?
Effettivamente ha potuto farlo per alcuni anni, sull’onda di una sana tendenza alla divulgazione del grande teatro, eppure al suo quinto adattamento shakespeariano (dopo Enrico V, Molto rumore per nulla, Hamlet e Pene d’amor perdute), alcuni suoi stilemi registici e una visione in fondo troppo caricata per la cinepresa tolgono decisamente efficacia al testo di partenza. Per giunta, fanno di questo adattamento un progetto ozioso. A tratti, ci rendono persino il Bardo un po’ indigesto. C’è qualcosa che non va.
Innanzitutto non va la decisione del regista di prendere di peso la storia, trasferirla nel Giappone del XIX secolo e poi immaginare gli stessi personaggi come coloni inglesi che vanno creandosi un impero personale fondato sul commercio con l’Estremo Oriente. Tra l’altro, la nuova ambientazione resta molto sottintesa, perché, tranne la rappresentazione kabuki all’inizio (poteva mancare il teatro nel teatro?) e un lottatore di sumo molto fuori luogo, c’è ben poco Giappone in questa follia branaghiana. La foresta di Arden potrebbe essere quella di Sherwood e i futuri mariti di Rosalind e Celia sono due fratelli di colore (come in Molto rumore per nulla Denzel Washington era un principe del Chiantishire insolito), comunque sia non tipici coloni da impero britannico.
Risalta quindi una certa esitazione nei rimandi, perché non si capisce se si voglia rappresentare un Oriente con tanto di contesto oppure appena accennato con un ciliegio in fiore.
Allo stesso modo, scelte banalmente attualizzanti come le coppie multietniche cadono nel vuoto in un assemblaggio di suggerimenti solo estetici, che dà tutto per scontato, come a volte il teatro può fare grazie alla suggestione scenica, ma che al cinema trasmette solo un senso di confezione artificiale.
Forse indeciso tra i due mondi, Branagh non offre, almeno per quanto riguarda il cinema, una poetica convincente e neppure molto coinvolgente. Cerca originalità muovendo i fondali, non rivoluziona nulla di fondamentale.
Prende in prestito prerogative solo teatrali, come la possibilità di simboleggiare il travestimento maschile della protagonista soltanto con i capelli raccolti, lasciando intatto trucco e movenze, e li trasporta nei primi piani del grande schermo. Lascia la direzione degli attori a una maniera classica ed esclusivamente teatrale: ne sono testimonianza lo stile inutilmente istrionico della protagonista, il contraltrare ricercato e verboso dei coprotagonisti e lo sforzo dello spettatore nel seguire le smancerie e ricordarsi che hanno luogo in una foresta del Giappone, ma senza capire perché.
Il colpo di grazia ce lo dà il finale «metacineteatralprosopoetico», stilema branaghiano di ingenuità non trascurabile, che vede la saggia protagonista sciorinare enfaticamente il suo manifesto d’amore tra i camper della troupe: o meraviglia, sarà stato tutto sogno o realtà? Vita o teatro? Low budget o ispirazione assente?
Elementi problematici per la visione: nessuno.
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